
Contesto da cui nasce la proposta progettuale.
La proposta nasce da alcune esperienze di Teatro-Forum svolte nei carceri di Villa Fastiggi (Pesaro) nel 2004 e 2007, dalla tournée svolta nelle Marche (carceri di Villa Fastiggi, Ancona e Fossombrone) con un gruppo di attori e detenuti, nel febbraio 2007, più svariati interventi in altri luoghi (carcere di Piacenza, carcere di Modena, ICATT di Lauro-Avellino, OPG di Reggio Emilia).
Tali esperienze ci hanno convinto dell'utilità del teatro per rafforzare l'obiettivo del recupero sociale del detenuto e dell'importanza di appoggiare un costruttivo reinserimento nella società.
Il progetto che qui presentiamo è volutamente semplice per iniziare a conoscerci reciprocamente e costruire una progressione maggiore nel tempo, sulla base delle risorse e dei vincoli presenti nel territorio e nel carcere.
Cruciale perciò sarà la progettazione con l'Istituzione stessa, per costruire una proposta che sia calibrata sulla realtà, che sia aperta alle collaborazioni, che valorizzi l'esistente e le risorse già presenti, che dia prospettiva futura ricca e articolata.
L'Istituzione carcere è una struttura poco conosciuta dai cittadini se non genericamente come ambiente destinato a chi commette atti criminali. Nell'immaginario collettivo il carcere è popolato da criminali, persone del tutto diverse e distanti dalla figura del buon cittadino; si pensa prevalentemente che tutto sommato i detenuti vivano bene la loro condizione, che non siano puniti abbastanza; infine si presume che in gran parte siano stranieri.
Poco si sa delle concrete condizioni di vita, delle diverse tipologie di detenuti, dei tentativi di reinserimento sociale e rieducazione. Una fetta della popolazione italiana, preoccupata dal crescere della criminalità, vede nel carcere troppo lassismo. I mass-media accentuano la disinformazione concentrando le notizie sulle fughe, sulla reiterazione dei reati, sulle scarcerazioni facili.
Risultano così mistificati e deformati i fatti e il senso del carcere stesso dopo la legge Gozzini.
A noi pare importante ripartire dal carcere anche per dare risposte innovative al bisogno di sicurezza sociale che emerge da varie indagini. L'insicurezza del mondo d'oggi non è dovuta ai soli atti criminali, ma anche a quella che da tempo è definita post-modernità, la distruzione dei legami di comunità, di vicinato, di classe, di solidarietà, di identità forti e definite. E' cambiato il rapporto con l'autorità, figure sociali sono decadute di valore, il lavoro è diventato precario, i ruoli maschili e femminili si sono trasformati, il mondo intero è cambiato rapidamente.
Di fronte a questo complicarsi e sfumarsi dei capisaldi che hanno definito il bene e il male, il da farsi e il divieto, per lungo tempo, grande è lo smarrirsi delle generazioni vecchie e nuove e quindi comprensibile un senso maggiore di insicurezza che viene facilmente spostato su capri espiatori visibili.
Dall'epoca del famoso testo di Beccaria si contendono due visioni del carcere e dei delitti, quella che si delinque per natura (L'uomo delinquente di Lombroso) o per cultura. Michel Foucault e la criminologia critica hanno spostato ulteriormente il problema, ponendo questioni di senso, sul perchè, sul significato profondo del carcere.
Oggi il tema della sicurezza urbana e della micro-criminalità è all'ordine del giorno sui media e nelle agende politiche. Il carcere come indicano vari autori (Foucault) è nato come Istituzione in un periodo storico preciso in cui la devianza andava non più mostrata ed esibita con le sue punizioni, ma rieducata e normalizzata.
Da qui la pietra miliare della giurisprudenza italiana, il famoso "Dei delitti e delle pene" di Cesare Beccaria e la concezione di una funzione del carcere non solo afflittiva e di deterrenza, ma anche rieducativa.
Purtroppo i dati ci dicono che circa l'80% dei detenuti torna a infrangere le leggi e ritorna in carcere. Il carcere è quindi poco efficiente secondo i suoi stessi parametri e obiettivi.
Il paradosso del carcere è che per reinserire i detenuti nella società li si priva proprio della socialità, quindi dell'esperienza di stare con gli altri, imparando a starci diversamente.
Paradossale che nonostante la bassissima percentuale di infrazione di chi gode di un permesso premio o della semi libertà i mass-media enfatizzino i pochi che sbagliano, creando quindi l'immaginario di un permissivismo della Giustizia o di una irrecuperabilità dei detenuti nel loro complesso.
Da altri studi emerge che il detenuto viene risocializzato sì, dentro il carcere, ma a un ruolo particolare che è quello di detenuto, tanto che ci sono studi sul disorientamento percettivo corporeo e psicologico di chi esce dopo lunghe detenzioni e non riesce a riabituarsi alla vita quotidiana. La Labelling Theory, indica che l'etichettamento subito dal detenuto lo segue nella società e gli rende la vita difficile al punto che spesso si torna a delinquere quasi come rassicurazione dentro un mondo ormai conosciuto.
Insicurezza sociale e produzione di devianza secondaria, di stigma, sono elementi appariscenti anche se poco conosciuti in profondità e analizzati dai media e dal grande pubblico.
Su questi due elementi vorremmo porre in atto dei tentativi di cambiamento, materiale e culturale, sociale ed educativo e infine politico, per ridiscutere il ruolo del carcere nella società.
Al cittadino che chiede più sicurezza e quindi più carcere, vorremmo poter rispondere che la sicurezza si crea con una società capace di accogliere, di sentirsi solidale, di creare inclusione e scambio anche interculturale. Che se una persona va in carcere e ha l'80% di probabilità di uscirne per poi tornarci, noi tutti non siamo "più sicuri" ma "meno". Che quindi un grande lavoro socio-educativo e culturale va fatto dentro e fuori del carcere, proprio per essere più sicuri come cittadini, facendo in modo che chi infrange la legge possa trovare percorsi di cambiamento efficaci, alternative reali alla carriera criminale.
Per questo l'importanza nel proseguimento del progetto di coinvolgere le agenzie educative fin dalle fasi iniziali, dove comincia a manifestarsi una difficoltà di alcuni alunni all'adattamento, e del mondo dei media, per l'influenza sull'immaginario collettivo.
Occorre anche creare occasioni pubbliche di riflessione che vadano oltre la notizia estemporanea a effetto e infine avviare ricerche serie sui processi di reinserimento critico, sui successi delle misure alternative.
Siccome riteniamo che la devianza sia un sintomo di malessere sociale e non semplicemente di una difficoltà individuale, dobbiamo pensare anche a un collegamento con quelle componenti della società che attuano processi di partecipazione dei cittadini, di trasformazione verso una società più giusta e democratica, come nessi importanti di un lavoro complessivo di ridefinizione del rapporto tra società e devianza.
1) Contribuire a una società più sicura e giusta, dove il carcere svolga un ruolo sempre meno importante, mentre avanzino misure alternative e comunitarie di gestione della devianza.
2) Contribuire alla risocializzazione e reinserimento del detenuto nella vita sociale, anche in maniera critica/propositiva, rafforzando la partecipazione e la cittadinanza attiva.
Il progetto vorrebbe quindi muoversi con queste caratteristiche:
1) Con gradualità intendiamo dire che il progetto cresce tappa dopo tappa, guardando indietro alle cose fatte e alle risorse disponibili oggi e mantenendo gli obiettivi grandi come riferimento, ma costruendo le tappe in maniera rigorosamente realistica.
Intendiamo gradualità anche nell'apertura dei canali di comunicazione carcere/territorio e in tutti i passaggi delicati, i salti di prospettiva che si proporranno. La gradualità consente di costruire assieme e su basi solide, senza fughe in avanti che, data la difficoltà del tema e la sproporzione di risorse in campo sarebbero negativi per il processo.
2) Strettamente connesso al primo punto ci sembra quello della co-costruzione. Il progetto vorremmo che fosse patrimonio di una rete di soggetti che, da dentro e da fuori, vogliono creare una società più giusta e sicura, senza incrementare forme repressive e diseducative, ma basandosi sui dati, le osservazioni, le ipotesi che man mano emergeranno. Grazie alla co-costruzione si possono vedere i problemi da più punti di vista e impegnarsi in una sinergia di azioni che si potenziano a vicenda.
3) Ci pare imprescindibile valorizzare i detenuti sia nel momento prettamente teatrale come lavoro sull'autostima e per la costruzione di un'identità più ampia, ricca, poliedrica, che preveda altro dalla personalità criminale. Ma anche man mano che si presenterà l'occasione, per valorizzare il loro sapere sul carcere e sul dopo, per capire meglio i meccanismi teorici che ha analizzato Goffman e Basaglia per le Istituzioni totali e trovare come far ripartire una risocializzazione vera.
Infine, loro valorizzazione come soggetti che possono dire una parola sul carcere, sui meccanismi che portano in carcere e quindi dare un contributo "esperto" alle finalità di questo progetto. Valorizzare non vuol dire giustificare i comportamenti, ma credere che chi vive un problema ha anche potenzialmente le risorse per trovare le strade di uscita, se opportunamente accompagnato, nella prospettiva del resto del cosiddetto "Approccio di Comunità" e della "Coscientizzazione" di Paulo Freire.
4) Un secondo passo necessario per avviare una riflessione sociale sul tema dell'insicurezza, della pena e del reinserimento è, dopo aver valorizzato le altre "personalità potenziali" dei detenuti attraverso il teatro, aprire dei canali di comunicazione tra carcere e territorio.
Questo può essere fatto inizialmente col teatro, portando dentro il pubblico e portando fuori lo spettacolo. Grazie al teatro, cittadini reclusi e non, potranno conoscersi e valorizzarsi, inizia un dialogo che forse seguirà in altre sedi. Come pubblici ci sembrano particolarmente interessanti in prima battuta le associazioni/cooperative che si occupano della tematica e le scuole.
In prospettiva, dentro e fuori potrebbero comunicare anche con altre forme: mostre fotografiche dello spettacolo, quaderni di documentazione dei laboratori teatrali, produzione di video e dvd, seminari di riflessione più ampia sul carcere, ecc. Un settore del sistema da coinvolgere saranno sicuramente i mass-media, per il ruolo svolto nella creazione di un immaginario sul carcere e sulla sicurezza.
5) La creazione di una rete di soggetti che si occupano del nodo del reinserimento e della pena detentiva è un altro passaggio, a medio termine, cruciale. Nella rete possono confluire sia i soggetti pubblici e privati coinvolti nelle fasi iniziali, che chiunque possa portare un contributo utile al tema (dalla Polizia penitenziaria agli educatori del carcere, dalle Parrocchie alle cooperative sociali di accoglienza, da studiosi di teatro a ricercatori sociali, al mondo del volontariato, ecc.).
La rete che man mano si costruirà potrebbe prendere iniziative culturali, educative, sociali di ampio respiro, anche in collegamento con la "Rete europea di Teatro e Carcere", in modo da incidere sull'immaginario collettivo e sulle pratiche sociali di difesa della sicurezza, in modo coerente con le finalità del progetto.
6) Un'area di ricerca che ci interessa molto è quella della Restorative Justice, ovvero di un approccio complesso alla devianza, che coinvolga nelle fasi di prevenzione, trattamento e reinserimento, sia i soggetti devianti che le vittime della violenza. Esperienze significative ci sono in varie parti del mondo, noi siamo in contatto da alcuni anni col servizio sociale di Dartington (Gran Bretagna) con cui c'è stata collaborazione in un precedente progetto. Rivedere il concetto di giustizia rafforzando le pene alternative al carcere ci pare un asse di ricerca difficile, ma necessario, per realizzare gli obiettivi del progetto stesso.
Al momento la Provincia di Reggio Emilia ha approvato il sotto-progetto "La città invisibile" proposto dall'Ente Formativo la Cremeria di Cavriago, che prevede 70 ore di laboratorio e spettacolo nella Casa Circondariale di Reggio Emilia, a partire da settembre e con conclusione a dicembre 2008.
Nel progetto sono previsti dei momenti aperti a figure sociali del territorio e due spettacoli di Teatro-Forum finali e interni al carcere.
Chi fosse interessato a partecipare si metta in contatto.
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Reggio Emilia, Giugno 2007 - Dicembre 2008